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Armando Izzo dai campi di periferia alla serie A

Armando Izzo si racconta a Sportweek

“Giocavo nella Scuola Calcio Arci Scampia”

Quando mio padre morì e non potevamo più permetterci di pagare la retta mensile, il presidente Antonio  Piccolo telefonò a mamma: “Continua a mandarmi Armando, rimane con noi gratis”.

«Sono napoletano di Scampia, il quartiere delle Vele.
Mio padre si chiamava Vincenzo, faceva il magliaro, il venditore ambulante di biancheria e stoffe: un giorno andava a Roma, un altro a Firenze, un altro ancora a Milano.
Quando tornava lo aspettavo in strada, perché ogni volta sapevo che mi avrebbe portato un pallone. Non lo lasciavo neanche salire in casa che ci mettevamo a giocare: lui in porta, io e i miei amici divisi in due squadre. Un giorno torna a casa e dice: “Mi tirano le gambe, mi tirano le gambe”. Gli facevano male, quasi non le sentiva. Va in ospedale, lo ricoverano subito. Dicono che è colpa dei denti, poi delle gambe stesse. Intanto i globuli bianchi si mangiano i rossi; una ragazza del mio quartiere inizia a donargli il sangue, e io mi chiedo perché. Mi mandano a dormire a casa di mia zia spiegandomi che mamma deve stare in ospedale con papà. Quando ormai era alla fine, portano me e i miei fratelli all’ospedale: papà, disteso nel letto, ha un colorito verdastro. I miei fratelli gli si buttano addosso, io rimango sulla porta, impietrito. Con la mano mi fa cenno di avvicinarmi. Mi abbraccia e dice: “Mi raccomando, pensaci tu a loro”. Non piansi: io non piango mai davanti agli altri. Oggi mio padre lo porto tatuato sulla pelle.

Lui era fissato con me ed il calcio. La gente gli diceva: Vincè, hai altri tre figli, devi seguire pure loro; e lui rispondeva: in Armando io vedo qualcosa. Dopo la sua morte, avvenuta che aveva 29 anni, mia madre Giovanna mi raccontò di averlo sognato: “Aveva due ali grandi e mi ha detto: stai tranquilla, diventa calciatore”. Papà l’ha lasciata che aveva 27 anni: dopo altri undici, ha trovato un compagno e messo al mondo una femmina. Sono contento, meritava di rifarsi una vita.
Fino a quattro anni fa viveva ancora nella vecchia casa popolare di Scampia. Alla mia famiglia ho provveduto grazie ad un mio zio che aveva una salumeria nel quartiere e mi dava 120 euro a settimana per portare le confezioni d’acqua nelle case. All’inizio ci aiutò tanto mio nonno paterno.
Dopo un po’ mia mamma cominciò a lavorare, 6 euro all’ora per fare le pulizie negli appartamenti.
La sera portava a casa 50/60 euro e ci mettevamo tutti insieme a contarli sul letto, felici.

Giocavo nella Scuola Calcio di Scampia.
Quando mio padre morì e non potevamo più permetterci di pagare la retta mensile, il presidente Antonino Piccolo telefonò a mamma: “Continua a mandarmi Armando, rimane con noi gratis”.

Giuseppe Santoro, che all’epoca era responsabile del settore giovanile del Napoli e oggi ho ritrovato al Torino, mi vide e iniziò a seguirmi. Avevo 12 anni quando mi portò al Napoli. A 15 dissi basta: dovevo lavorare per mantenere la famiglia, il Napoli non mi dava un soldo, non c’era nessuno che mi accompagnasse e riportasse a casa dagli allenamenti. Avevo deciso dismettere col calcio.

Fu ancora Santoro a intervenire: mi procurò qualche rimborso spese, mi faceva venire a prendere dai suoi collaboratori per andare al campo…

A luglio 2010 l’incontro che mi cambia la vita: insieme ad altri ragazzi della Primavera vengo aggregato alla prima squadra per il ritiro estivo e conosco Mazzarri; un giorno mi chiama e dice: “Il preparatore mi ha detto che non hai corso insieme agli altri. Perché?” “Non ho le scarpe da ginnastica”. Lui apre il portafogli e dice a uno dello staff: “Vagliele a comprare”. Mazzarri è uno che per i suoi giocatori è disposto a morire. Se gli dai quello che vuole, ti fa stare da dio. È una persona umana.»

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